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Ricordo di Franco Lanza

Oggi, 2 marzo, celebriamo i cento anni dalla nascita di Franco Lanza, nato a Chioggia, ultimo di tre fratelli. Ho scelto di ricordare il giorno della sua nascita e non quello della sua morte, perché è la vita – la sua vita – che voglio celebrare: una vita intensa, generosa, straordinaria, come straordinaria è stata la persona che l’ha vissuta.

Una vita che ha lasciato un segno profondo non solo in Italia, ma anche a Malta, dove Franco Lanza ha insegnato per tredici anni, dal 1967 al 1980. Direttore del Dipartimento di Letteratura Italiana dell’Università di Malta, è stato anche Presidente della Società Dante Alighieri, contribuendo in modo decisivo alla diffusione della lingua e della cultura italiana sull’isola.

È stato spesso detto e scritto che Malta fosse per Franco Lanza una sorta di “seconda casa”. Io, però, non ho mai sentito questa espressione come davvero adeguata. Per ciò che ho visto, ascoltato, e per ciò che ho percepito nel corso degli anni, Malta fu per lui qualcosa di molto più profondo: non un luogo “secondo”, ma una casa vera, forse la più sentita. Con l’isola e con i maltesi Franco Lanza intrecciò legami che non erano solo professionali o intellettuali, ma umani, quotidiani, fatti di fiducia, di affetto, e di una condivisione autentica. A Malta non si sentì mai un ospite, né uno straniero: si sentì parte di una comunità. Qui costruì rapporti che crebbero nel tempo, che resistettero alla distanza e che non vennero mai meno, neanche quando la vita lo portò altrove. Malta non fu quindi una parentesi, né un approdo provvisorio, ma un luogo di appartenenza, un punto fermo della sua vita e della sua identità.

Non voglio parlare solo del letterato, del critico, del pensatore o della sua fecondissima produzione scientifica e letteraria, di ciò che si annota nelle biografie: date, scritti, titoli, onorificenze. Voglio parlare dell’uomo che stava dietro tutto questo, dell’uomo che ha toccato le vite di chi lo ha incontrato e le ha arricchite, spesso senza neppure rendersene conto.

Ricordo un giovane professore di letteratura italiana che, alcuni anni fa, mi raccontò di aver scelto la sua strada proprio dopo aver conosciuto Franco Lanza. Lo aveva incontrato casualmente in biblioteca a Milano e lui lo aveva aiutato a sbloccare una tesi ormai ferma, spiegandogli con chiarezza le ragioni dello stallo e indicandogli come superarlo. Non chiedeva nulla in cambio: lo faceva per il puro piacere di condividere il sapere. La tesi ottenne il massimo dei voti e il giovane si laureò in tempi brevissimi.

Ma quella non fu un’esperienza isolata. Anche a Malta, molti suoi allievi trovarono in lui un maestro capace di orientare, ispirare e aprire nuove strade. Tra questi, Oliver Friggieri, oggi considerato il maggiore letterato e critico maltese contemporaneo; il professor Joseph Brincat, divenuto uno dei più autorevoli studiosi di linguistica; e il professor Giuseppe Pace Asciak, che sarebbe poi diventato ordinario di Letteratura italiana all’Università di Malta.

Così era Franco Lanza: generoso, profondamente appassionato del proprio lavoro, capace di trasmettere entusiasmo e di coinvolgere gli altri in argomenti, ragionamenti e dissertazioni.

Questo suo modo di stare al mondo si rifletteva pienamente anche nelle sue lezioni. Quando parlava di un autore o di un’opera della letteratura italiana, non li isolava mai in una dimensione esclusivamente nazionale o disciplinare. Così come nella vita amava condividere il sapere senza riserve, anche nell’insegnamento apriva continuamente lo sguardo, creando collegamenti e parallelismi con ciò che accadeva, nello stesso periodo, sulla scena culturale internazionale.

Forte di una profonda conoscenza del latino e del greco e della padronanza di almeno tre lingue straniere, le sue lezioni travalicavano i confini della storia letteraria per diventare, con naturalezza, lezioni di linguistica, di filologia, di glottologia. Mostrava come ogni opera letteraria nascesse all’interno di un contesto storico, artistico e sociale più ampio e come, per comprenderla davvero, fosse necessario guardare al mondo che l’aveva generata.

Nelle sue aule i movimenti letterari dialogavano oltre i confini nazionali, gli scrittori si influenzavano a vicenda, le idee viaggiavano insieme all’arte, alla filosofia e alla storia. Attraverso questa rete viva di relazioni, Franco Lanza insegnava ciò che aveva praticato per tutta la vita: che la cultura, come l’esistenza stessa, cresce nel confronto, nella condivisione e nell’apertura all’altro, e che la letteratura è una voce essenziale nel grande coro della civiltà umana.

Nell’ultima intervista rilasciata a Marco Testi nel maggio del 2006, pubblicata su L’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, si ricordava come Franco Lanza si fosse laureato a soli vent’anni, il più giovane laureato d’Italia. Un enfant prodige, certamente, ma senza mai l’ombra dell’autocompiacimento. Quella precocità eccezionale non divenne mai motivo di vanto: la sua straordinaria capacità intellettuale fu sempre accompagnata da un’umiltà autentica, che rendeva semplice e diretto il rapporto con chiunque lo incontrasse.

Subito dopo la laurea all’Università Cattolica di Milano iniziò a insegnare al liceo classico di Varese. Amava raccontare, con divertita ironia, che il primo giorno di scuola venne allontanato dall’ingresso riservato ai professori perché scambiato per uno studente burlone: in realtà stava andando a fare lezione a ragazzi che erano quasi suoi coetanei. In quell’episodio, che non smise mai di ricordare con sorriso leggero, c’era già molto del suo carattere: il talento straordinario vissuto senza distanza, senza posa, con naturalezza.

Pochi conoscevano fino in fondo le sue eccezionali doti mnemoniche. Conosceva a memoria la Divina Commedia, e le sue Lecturae Dantis non erano esercizi accademici, ma vere e proprie recitazioni, commentate a braccio, in cui il testo prendeva vita nella voce e nel pensiero. In quei momenti si lasciava coinvolgere profondamente: mentre recitava e commentava, l’emozione per la forza del testo affiorava con naturalezza, e non di rado gli occhi gli si velavano di lacrime.

Anche questo lo distingueva: una cultura vastissima, mai esibita, ma vissuta intensamente e condivisa come esperienza viva, capace di coinvolgere e di lasciare un segno profondo.

Ricordare oggi Franco Lanza, a cento anni dalla sua nascita, significa allora celebrare non solo l’eccellenza dello studioso, ma soprattutto l’esempio dell’uomo: la prova che il sapere più alto può andare di pari passo con l’umiltà, e che la cultura, quando è autentica, non separa mai, ma unisce.

Ringraziamo per l’articolo Simonetta Lanza, figlia di Franco Lanza.

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