Il 2 novembre Malta celebra il-Għid tal-Erwieħ, chiamato anche il-Għid tal-Imwiet: la commemorazione dei defunti, giorno in cui molte famiglie si recano al cimitero a rendere omaggio ai propri cari. Ma a Malta il ricordo dei morti non si esaurisce in una sola giornata. Tutto il mese di novembre è dedicato alla memoria dei defunti, e le famiglie si impegnano a visitare il cimitero per pulire e curare le tombe. Molto prima che Halloween arrivasse sull’isola, il 31 ottobre era un giorno qualsiasi, mentre il 1° e il 2 novembre erano già le feste di Ognissanti e dei Defunti. Intorno a queste date si è sviluppato nei secoli un insieme di usanze singolari, in parte dimenticate, che raccontano molto dell’anima religiosa e comunitaria dell’isola.
Le anime in attesa del paradiso
In origine il 2 novembre era un momento molto sentito dai fedeli, perché era dedicato alle anime del purgatorio, quelle che non avevano ancora raggiunto il paradiso. Si credeva che queste anime potessero essere aiutate dai vivi: preghiere, opere di carità, banchetti e momenti di festa offerti dalle famiglie in loro nome servivano ad abbreviarne l’attesa. Per questo la festa dei morti maltese non era soltanto un giorno di lutto, ma un’occasione per stare insieme e condividere il cibo, soprattutto con chi aveva meno.
In chiesa: il tubru e il qorban
Durante tutto novembre, al centro delle chiese veniva allestito il tubru, una bara vuota coperta da un drappo nero, davanti alla quale i fedeli erano invitati a riflettere sull’aldilà. L’usanza fu introdotta dai Cavalieri di San Giovanni, e la bara somigliava molto a quelle usate in Sicilia per la festa dei morti. Oggi non si pratica più, ma il tubru originale del Santuario della Madonna delle Grazie di Żabbar è ancora visibile nel museo del santuario. Durante la messa si distribuiva invece il qorban, un’offerta di cibo in onore dei defunti conosciuta anche come kuċċija. Era preparato con mais bollito, uvetta, mandorle e noci, modellato a forma di piccola croce e poggiato su una sorta di monumento allestito in chiesa per i defunti. I fedeli lo mangiavano durante la recita del Padre Nostro e dell’Ave Maria. Ne parla già l’inquisitore monsignor Duzina nel 1575, e l’usanza era ancora diffusa ai tempi dei Cavalieri.
Per le strade: le confraternite e la questua
A novembre, nelle strade, si muovevano anche le confraternite. Erano gruppi di uomini che nascondevano la propria identità sotto travestimenti e raccoglievano offerte per far celebrare messe in suffragio delle anime del purgatorio e aiutare le loro famiglie. I loro abiti erano decorati con teschi dipinti, simbolo della morte e dei misteri dell’aldilà, e il fatto che girassero di notte rendeva la scena ancora più suggestiva. Il 2 novembre era atteso anche dai più poveri, che andavano di porta in porta a chiedere un’offerta. La loro formula, “xi ħaġa għall-erwieħ” (“qualcosa per le anime”), doveva alleviare insieme le sofferenze dei bisognosi e quelle delle anime del purgatorio. Oggi l’espressione sopravvive nel maltese parlato, ma con un altro significato: si usa per esprimere sollievo.
La ħanżira tal-erwieħ, il maiale delle anime
L’usanza più sorprendente riguardava un maiale. In molti villaggi di Malta e Gozo, all’avvicinarsi della festa, un maialino veniva donato al parroco, che gli appendeva una campanella al collo e lo lasciava libero per le strade. Il suono della campanella avvisava gli abitanti che era passata la ħanżira tal-erwieħ, il maiale delle anime, e che bisognava dargli da mangiare. Gli abitanti lo nutrivano regolarmente con avanzi e scarti di cucina, perché nessuno osava mancare di rispetto ai defunti. Il 2 novembre l’animale, ormai ingrassato, veniva macellato e arrostito con patate e verdure per il pranzo comunitario. In altri villaggi la carne veniva venduta e il ricavato donato ai poveri. Questa tradizione rimase viva in alcuni villaggi fino alla vigilia della Seconda guerra mondiale.
A tavola: l-ikla tal-erwieħ
La ħanżira era il piatto forte de l-ikla tal-erwieħ, il banchetto del 2 novembre aperto a tutti gli abitanti del villaggio. Il pasto si apriva con la maħluta, una bevanda alcolica a base di vino e succo di frutta, con frutti che cambiavano da un villaggio all’altro. Il suo sapore agrodolce doveva ricordare le gioie e i dolori della vita. Seguivano le ftiet tal-għaża, fette di ftira tostata con aglio tritato, olio d’oliva e prezzemolo. Il nome richiama il lutto (għaża), perché i parenti le preparavano per le famiglie che avevano perso qualcuno. Poi arrivava la minestra tal-erwieħ, un’usanza introdotta dai frati cappuccini di Floriana. Nel cuore del paese si accendeva un fuoco sotto un grande pentolone, e ciascuno portava verdure per un pasto comune destinato ai poveri. Tra i piatti della tradizione c’era anche la kawlata, una zuppa di verdure con carne di maiale.
La sarvetta, il dono per i bambini
Anche i più piccoli avevano il loro rito. Il 2 novembre i bambini rinunciavano ai dolci e, prima di dormire, lasciavano un fazzoletto di stoffa sotto il cuscino. Al mattino lo ritrovavano pieno di dolciumi: era la sarvetta tal-erwieħ, il tovagliolo delle anime. Era fatto di frutta secca, frutta e dolci, e in cambio i bambini dovevano recitare una preghiera per le anime del purgatorio. Oggi la sarvetta è legata soprattutto alla festa di San Martino.
Le ossa dei morti
Di tutte queste usanze, quella che è sopravvissuta meglio è anche la più dolce. Il banchetto si chiudeva con l-għadam tal-mejtin, le “ossa dei morti”: un dolce di pasta frolla ripieno di mandorle, ricoperto di glassa bianca e a forma di osso, simile alle figolli pasquali. Le ossa misurano in media 14 centimetri e racchiudono una sorta di “midollo” fatto di mandorle tritate, zucchero, albumi e scorza di limone grattugiata. La forma di osso è voluta: è un memento mori, un modo per ricordare la devozione verso i defunti. In passato alcuni pasticceri preparavano persino biscotti a forma di teschio e di tibie incrociate. Le origini precise sono incerte, perché non esistono riferimenti storici chiari. La somiglianza con le figolli, citate per la prima volta nel 1660, fa pensare che possano risalire al Seicento. Oggi si trovano in tutti i forni e supermercati dell’isola, e qualche produttore propone anche un ripieno al pistacchio al posto delle mandorle.
Molte di queste usanze non si praticano più, ma diverse realtà culturali maltesi stanno riscoprendo la festa con cene a tema il-Għid tal-Erwieħ. Heritage Malta, per esempio, ha riproposto la festa al Palazzo dell’Inquisitore di Birgu con una cena tradizionale costruita intorno alla ħanżira tal-erwieħ. Ai più coraggiosi è stata offerta anche la possibilità di trascorrere la notte nelle celle seicentesche del palazzo.
Per gli italiani che vivono a Malta, il-Għid tal-Erwieħ ha qualcosa di profondamente familiare. Il tubru nelle chiese ricorda le bare della festa dei morti siciliana, e anche in Sicilia a novembre si preparano dolci a forma di osso per commemorare i propri cari. Chi è cresciuto al Sud riconoscerà in queste usanze i dolci trovati al risveglio, le visite al cimitero con la famiglia, l’idea che i morti non se ne vadano davvero finché qualcuno li ricorda. Due isole vicine, due lingue diverse, ma lo stesso modo di tenere vivo il legame con chi non c’è più.





