L’Almanacco dell’orrore popolare è l’originale raccolta di saggi, racconti e testimonianze inquietanti, probabillmente sconosciuti ai più, che fanno parte del folk italiano. Fabrizio Foni, senior lecturer del Dipartimento d’Italiano e membro dell’Istituto di Studi Anglo-italiani presso la University of Malta, ci concede una gentile intervista in prossimità della presentazione del volume presso l’Istituto Italiano di Cultura – Valletta.

Intervista a Fabrizio Foni

Salve dott. Foni e grazie per la disponibilità. Mi piacerebbe iniziare la nostra chiaccherata partendo dal titolo Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginario italiano. Cosa contiene questo volume? Perché è definito “almanacco”? 

«La casa editrice, inizialmente, avrebbe volentieri optato per “Guida”. Una scelta comprensibile, perché da un lato ciascuna guida, anche la meno esaustiva, tende comunque ad offrire una sistemazione della materia trattata, e ciò – giustamente – appare a molti lettori utile e persino rassicurante. Chi, accostandosi a un argomento, non vorrebbe farsi attendibilmente prendere per mano? Dall’altro lato, alcuni tra i più fortunati volumi della casa editrice si presentano proprio come guide, sin dal titolo. E alcune guide, senz’altro, rientrano tra le ispirazioni che, da lontano nel tempo, hanno portato alla costituzione dell’Almanacco dell’orrore popolare.»

Ci può fornire qualche esempio?

«Una su tutte è quella curata da Mario Spagnol e Giovenale Santi (pseudonimo di Giampaolo Dossena), l’impareggiabile Guida all’Italia leggendaria misteriosa insolita fantastica. Ma l’altro curatore, Fabio Camilletti, ed io non miravamo assolutamente a quella completezza a cui ogni guida, a suo modo, aspira e che, per forza di cose, è almeno in parte costretta a disattendere. Volevamo, piuttosto, assemblare un’opera che proponesse, mediante voci diverse ma convergenti, una prospettiva alternativa su un ambito che abbiamo definito “orrore popolare”: un ambito ibrido, perché fonde i princìpi del folklore e della cultura pop nell’esaminare i meccanismi dell’horror e della paura di casa nostra. »

Un’idea originale quindi…

«È un’idea che, nella sua apparente banalità, si rivela invece insolita e rivoluzionaria. Poggia sulla complessa storia del Belpaese, sulla stratificazione e la convivenza secolare (o, meglio, millenaria) in Italia di culture e credenze conflittuali, una conflittualità in cui, di volta in volta, la civiltà vincitrice assorbe suo malgrado quella sconfitta, superata, rimossa, o la tiene ideologicamente in vita nel segno del negativo, del terribile, del demoniaco. Il caso più evidente è forse la sopravvivenza e la trasformazione dei culti pagani. Qualcuno potrebbe obiettare che questo tipo di contraddizione, di dialettica, è riscontrabile nella gestazione e negli sviluppi evolutivi di tutte le culture nazionali moderne. E avrebbe ragione. Ma in Italia lo scontro e quindi, specularmente, anche la compenetrazione hanno una dimensione più profonda e, storicamente, una più lunga durata. »

Il folk nelle culture anglosassoni e italiane

Qual è la differenza tra cultura folk italiana e quella anglosassone?

«La cultura anglosassone scinde in maniera chiara, dal punto di vista etimologico e linguistico, il folk dal pop. La lingua italiana, quando impiega il termine “folklore” (e derivati), prende in prestito una parola di origine germanica. In quanto lingua romanza che germoglia dal latino, l’italiano utilizza ambiguamente “popolare”, sia per indicare tradizioni, credenze, abitudini sociali spontaneamente radicate, sia l’ambito dell’industria culturale, che presuppone una diffusione capillare, massificata, grazie ai mezzi di comunicazione esistenti. Nel mondo angloamericano, almeno linguisticamente, la separazione è netta. In ambito italiano no, e questo la dice lunga e dovrebbe spingerci a riconsiderare numerosi prodotti culturali alla luce di tale fertilissima ambiguità. »

E se ci limitassimo a questa differenza nell’ambito dell’orrore?

«Limitandoci all’ambito dell’orrore (che pure a sua volta è a dir poco vasto e, di per sé, non sempre facile da delimitare), il nostro almanacco raccoglie diciotto contributi che spaziano dal racconto all’aneddotica, dalla testimonianza alla saggistica vera e propria, mescolando in più casi le carte. Narrativa, cinema, giornalismo, televisione, fumetto… Una materia multiforme, d’altronde, richiedeva un approccio flessibile, e le diciotto firme coinvolte sono state, fin dall’inizio, libere di seguire le piste, gli stili e le forme che risultassero loro più congeniali. Il bello è che da questo eclettismo di fondo, che rende il libro proteiforme, emerge un mosaico tutto sommato compatto, uno sguardo coerente che, sì, abbiamo inseguito ma non abbiamo minimamente imposto agli autori. La parola “almanacco”, nel titolo, rimanda dunque a più cose, quali il rifiuto di un’impossibile esaustività e un tipo di pubblicazione popolare che riuniva informazioni di natura varia, dalla meteorologia ai proverbi. »

Questo ci riporta un po’ alla mia prima domanda...

«Esattamente. Il volume è anche un omaggio, però, all’Almanacco del Mistero e all’Almanacco della Paura, rispettivamente supplementi annuali di Martin Mystère e di Dylan Dog, al cui interno convivevano fumetti, dossier di taglio saggistico, cronache di presunti fatti orribili o inspiegabili, informazioni sulle novità librarie, cinematografiche, televisive e altro ancora. Il perché di questo omaggio è presto detto: tali almanacchi, per Fabio Camilletti e per me, sono serviti da porta di accesso, da stimolo, per un universo che abbiamo poi continuato a esplorare. E per questo meritano tutta la nostra stima e il nostro affetto.»

Il folk horror

Per i profani del genere e non solo: che cos’è il folk horror? 

«“Folk horror” è un’espressione che ha cominciato a prendere sempre più campo negli anni Duemila in riferimento a un tipo di cinema britannico realizzato tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta, incentrato sul mondo rurale e gli orrori in agguato dietro la sua dimensione idilliaca, sulla superstizione ancestrale, sul paganesimo mai estinto e, pertanto, sui lati più terrificanti del folklore. In breve, sulla base di tali caratteristiche, si è parlato giustamente di “folk horror” in relazione anche alla letteratura, alla musica, al fumetto e, all’occorrenza, ad ogni possibile espressione mediatica che rispondesse a tale identikit. »

Ci può fornire alcuni esempi?

«Ci sarebbe da aprire un discorso che ci porterebbe parecchio lontano…Dico soltanto che ciò che rende ‘speciale’ quanto è stato retroattivamente definito “folk horror” non è di per sé il sabba delle streghe in campagna, o la setta di turno che pratica sacrifici umani per propiziare gli dèi della fertilità, e via dicendo. La peculiarità di tali opere, che ancora ci ‘parla’ e, presumibilmente, continuerà a ‘parlarci’, è la disturbante rappresentazione dei rapporti tra presente e passato, tra centro e periferia, tra polarità oppositive e ciò nonostante conviventi. Funziona davvero, dunque, se solleva dubbi inquietanti sulle nostre radici e sul nostro modo di porci rispetto ad esse, specialmente alle prese con fenomeni vivi, attuali e problematici. »

L’Almanacco dell’orrore popolare: un dittico

L’Almanacco dell’orrore popolare è la prima uscita di un dittico. Quali le differenze tra il primo e il secondo volume?  

«Entrambi i volumi si articolano in tre macro-sezioni. Il primo volume, che si apre con un’introduzione di Fabio Camilletti ,presenta una sezione sull’influenza degli “Antichi” (siano essi i montanari o gli Etruschi), una sul rapporto che intratteniamo con i morti e la Morte, e una sezione su ciò che è riconducibile al diabolico. Pure il secondo volume, che avrà un’introduzione mia, sarà tripartito: una sezione sarà incentrata su ciò che, efficacemente, un libro fittizio in Profondo rosso di Dario Argento riassume nel titolo come “fantasmi di oggi e leggende nere dell’età moderna”; un’altra sezione, più specificamente ‘mediatica’, affronterà narrativa, cinema, spettacolo e fumetto; la terza sezione sarà interamente consacrata alla musica, dal sogno che avrebbe ispirato a Giuseppe Tartini la sonata Il trillo del diavolo (tra le varie, uno dei brani preferiti di Dylan Dog) fino a progetti musicali in attività.

Il secondo volume guarderà all’“orrore popolare” da una prospettiva maggiormente urbana, ma la dimensione rurale resterà ben presente, vuoi perché si tratta di un cronotopo con cui la città non ha cessato di fare i conti, vuoi perché le fole contadine, con i fenomeni di migrazione, si sono anch’esse trasferite, associate a riti e usanze, o si sono tramutate in quelle che sono state definite “urban legends” in inglese e “leggende metropolitane” in italiano. »

In copertina due “grandi nomi” Sclavi e Buzzati

Tiziano Sclavi e Dino Buzzati, i loro nomi sono visibili in copertina: sono due grandi autori, diversi, sia per genere che per epoca. Cosa ammira maggiormente nell’uno e nell’altro? 

«Lascerei perdere il concetto di ammirazione che, al di là delle valutazioni critiche, si fonda su princìpi soggettivi e idiosincratici. Proverei piuttosto, veleggiando un po’ in superficie, a riassumere che cosa abbiano in comune. Dino Buzzati, come narratore ma anche giornalista del Corriere della Sera, ha fatto riscoprire ai lettori italiani il gusto del mistero al confine tra fiaba e cronaca nera. I suoi reportages raccolti postumi nel volume I misteri d’Italia sono un perfetto esempio di “orrore popolare”. Si nota in essi un umorismo che, troppo di frequente, è stato letto come una forma di superiorità intellettuale rispetto all’enigma irrazionale (fantasmi, fatture, possessioni diaboliche ecc.). Si tratta, piuttosto, di un sorriso di disagio, che cerca invano rassicurazioni davanti al mistero, o addirittura vorrebbe farne parte.

Tiziano Sclavi, con una scrittura spesso assai prossima a quella di uno sceneggiatore, ha scritto romanzi in cui la provincialità, anche in contesti urbani, mette a nudo il proprio orrore, un amalgama di retaggi arcani, burocrazia kafkiana e industrializzazione che, di propriamente moderno, ha solo la tecnologia. Ed è in parte anche ciò che fa Buzzati. Quando Sclavi firma le storie da vero e proprio sceneggiatore di fumetti riesce a proiettare la provincia italiana (quella che egli conosce ed osserva da indigeno, ma anche da ‘outsider’) sulla Londra e sul Regno Unito di Dylan Dog, ma già prima sul western di Ken Parker, tanto per fare un esempio.

Buzzati e Sclavi sono entrambi capaci di raffigurare l’occulto, l’orrore e l’insolito in modo ironico e dannatamente serio al tempo stesso. È l’ironia di chi è disincantato nei confronti del genere umano, più che verso il soprannaturale; razionalmente non ci credono, ma non possono farne a meno, e ne fanno una propria dimensione ideale. Il mondo di Buzzati e di Sclavi perlopiù normalizza l’orrore e dipinge come orribile la normalità quotidiana. Un mondo in cui al Babau non si permette di visitare i sogni dei bambini e, anzi, lo si uccide perché razionalmente scandaloso, è un mondo per Buzzati insopportabile. E Tiziano Sclavi, alla domanda se egli si identificasse maggiormente con Dylan Dog o il suo buffo assistente Groucho, ha emblematicamente risposto di non sentirsi né l’uno né l’altro, bensì di essere i mostri. »

La collaborazione con un artista maltese

Sulla quarta di copertina una spendida illustrazione di Joseph Bugeja. Come è nata la collaborazione con questo artista maltese? 

«Nell’autunno del 2016, Joseph Bugeja ha esposto numerose sue opere intrise di folklore locale in uno dei luoghi tradizionalmente più infestati di Malta, il famigerato albergo “Splendid” in Strait Street, a La Valletta. La mostra, significativamente, si intitolava Hotel Babaw. Il “Babaw” della tradizione maltese è molto simile al nostro Babau. A causa di impegni vari, ho rimandato la visita alla mostra, fino a quando era ormai troppo tardi. Davvero un’occasione mancata. Mi sono mangiato le mani, perché le foto apparse su Facebook erano veramente suggestive, in buona parte per la carica espressiva dei quadri dell’artista, ma in parte anche per il fascino spettrale del posto. »

L’incontro con Joseph Bugeja

«Nel 2018 ho curato a Malta per una fondazione privata una mostra intitolata The Other Side, consacrata al gotico, all’orrore e alla fantascienza, assieme a Saviour Catania e a Ray Vassallo. Da cultore appassionato, Joseph Bugeja è venuto a visitarla. Ed è così che ci siamo finalmente incontrati. Parlando, abbiamo constatato di avere passioni e conoscenze in comune. Quando l’artista ha organizzato una nuova mostra, Grim Tales, stavolta dedicata alle origini oscure delle fiabe, ho avuto l’onore di tenere un discorso di inaugurazione. Adoro l’illustrazione sulla quarta dell’Almanacco dell’orrore popolare: evoca in un colpo d’occhio la materia del libro, ed è un tributo, al contempo, alla seminale rivista Horror e, in particolare, ai disegni di copertina eseguiti da Marco Rostagno. »

Orrore popolare e folk italiano, quarta di  copertina
Almanacco dell’orrore popolare: quarta di copertina

A quale tipo di lettore si rivolge questo libro? 

«Ovviamente, a chiunque si interessi di orrore, fantastico, sinistre leggende. A chi mi conosce tendo a ripetere che l’Almanacco dell’orrore popolare è la pubblicazione che, da adolescente, avrei voluto leggere. Il che, si badi bene, non vuole assolutamente dire che è un libro per ragazzi. Piuttosto, semmai, per certi ragazzi dalla curiosità già sviluppata e avida di battere nuovi sentieri. È in effetti un’opera navigabile a più livelli: tanto il lettore comune quanto lo specialista possono trovarvi pane per i loro denti. »

In che stato versa secondo lei la narrativa horror in Italia? Questo almanacco “mancava” alla letteratura italiana? 

«Mi capita spesso di sentire lamentazioni circa il deplorevole stato in cui verserebbe la narrativa dell’orrore nostrana. Mi pare sostanzialmente una posa. In realtà mi sembra che, negli ultimi anni, si stia assistendo a un fermento crescente, a un confronto tra gli autori (e degli autori con il loro pubblico) che, quando ero adolescente, era decisamente circoscritto o assente. Certo, il fatto che la nicchia di oggi possa entrare in contatto attraverso i “social media” contribuisce non poco. Prima, nella migliore delle ipotesi, ci si affidava ai forum (ma non tutti beneficiavano di una connessione internet), alle lettere cartacee, persino al telefono. La moltiplicazione dei contatti ha portato alla moltiplicazione delle case editrici. Accanto ad autori già affermati trovano spazio esordienti che, già una decina di anni fa, non avrebbero pubblicato una riga. E in questo ‘mare magnum’ non mancano gli scrittori di valore, anche giovani, giovanissimi.

C’è poi, inevitabilmente, il rovescio della medaglia: nell’oceano inflazionato dei piccolissimi editori, dell’editoria esclusivamente digitale, dell’autopubblicazione si corre il rischio che autori meritevoli restino nell’invisibilità, o abbiano comunque visibilità minore di altri che, senza cattiveria, hanno oggettivi problemi di ortografia. Ma questo non è, di per sé, un male. Da un lato c’è il gusto della scoperta e, dall’altro, chi vorrebbe seriamente un mercato con pochissimi banchi? È un peccato che i grandi e medi editori, salvo poche eccezioni, non si arrischino a dare spazio all’horror italiano. Ma questo è un discorso che ci prenderebbe tanto, tantissimo tempo…

Quanto alla domanda se l’Almanacco dell’orrore popolare mancasse in questo panorama di interessi, con quella che può apparire presunzione ti rispondo di sì: non tanto per gli argomenti trattati, che sono ben noti a molti, quanto per un approccio che, nella sua diversità, è un po’ l’uovo di Colombo per quanto riguarda l’orrore italiano, al confine sfuggente e insidioso tra folk e pop. »

Orrore popolare e folk italiano: la presentazione del volume all’Istituto Italiano di Cultura

La presentazione del volume, a cura di Fabrizio Foni e Fabio Camilletti è organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con Dipartimento d’Italiano dell’ Università di Malta. L’evento è online. Per assistere alla conferenza basta collegarsi al seguente link.

Orrore popolare e folk italiano: intervista a Fabrizio Foni ultima modifica: 2021-07-15T09:00:00+02:00 da Maria Grazia Strano

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