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Malta e i suoi arazzi segreti

Quando il Palazzo del Gran Maestro racconta il Mondo, Malta non smette mai di sorprendere. L’isola custodisce tesori che, anche dopo anni di frequentazione, continuano a togliere il fiato, e negli ultimi mesi il Palazzo del Gran Maestro a Valletta è tornato al centro dell’attenzione con un ritorno davvero speciale: quello dei magnifici arazzi noti come Tenture des Indes, rientrati a Malta tra il 13 e il 26 aprile 2026 dopo un restauro durato due anni.


Tutto nasce dalla volontà di un uomo: Raimundo Rabasa de Perellos y Rocafull, eletto Gran Maestro il 5 febbraio 1697. Fin dai primi giorni del suo mandato, si distinse per un impegno straordinario nella promozione delle Arti, sostenendole con finanziamenti cospicui e commissioni ambiziose. Tra i suoi progetti più ambiziosi figurò il rinnovamento degli arredi e delle decorazioni della sua residenza, il Palazzo del Gran Maestro a Valletta, un cantiere culturale che avrebbe lasciato un’eredità straordinaria. È in questo contesto che nasce il set di 10 grandi arazzi, a cui se ne aggiungono altri sette, commissionati dal Gran Maestro come dono personale all’Ordine. La destinazione era precisa: decorare la Camera del Concilio all’interno del Palazzo.


Il 22 ottobre 1708 viene firmato un contratto con la celebre manifattura francese dei Gobelins per la realizzazione di queste opere straordinarie. Tra le clausole firmate dall’ambasciatore francese dell’Ordine figurava il pagamento rateale da completarsi entro il marzo 1710, con specifiche tecniche dettagliate sull’esecuzione dei lavori. Un documento che racconta, già nelle sue righe burocratiche, la serietà e la grandiosità del progetto.
Il titolo del set, Tenture des Indes, ovvero “Tappezzeria delle Indie”, è già di per sé un programma. Gli arazzi sono un tripudio multicolore di piante ed animali esotici, figure umane di popolazioni indigene dell’Africa e dell’America, e suggestioni legate all’immaginario dei viaggi in India tipico del XVIII secolo.


Guardarli oggi è un’esperienza quasi ipnotica.
I colori sono magnifici, vivi, sorprendentemente freschi nonostante i secoli. L’ombreggiatura delle foglie, resa attraverso la sola tecnica della tessitura, raggiunge una raffinatezza tale da rivaleggiare con la pittura. I copricapi dei nativi amazzonici sono resi con un realismo sorprendente, così come il piumaggio del parasole su uno dei pannelli. Fiori, animali, vegetazioni lontane, tutto è intriso di una vivacità unica, capace di restituire il fascino che la visione di quei mondi così lontani deve aver suscitato nelle menti dei primi viaggiatori europei.


La mescolanza degli animali, non sempre fedele ai rispettivi habitat, colpisce per la creatività con cui queste composizioni fantastiche sono composte: cavalli, struzzi, uccelli di specie diverse, personaggi esotici che ricordano gli indigeni che conosciamo grazie ai documentari moderni. Un bestiario fantastico che é anche uno specchio del tempo. E poi c’è quel dettaglio che strappa un sorriso: la geometria delle corazze delle tartarughe, resa in modo volutamente bidimensionale, un vezzo stilistico chiaramente intenzionale, non certo una limitazione tecnica di artigiani capaci di dominare la tridimensionalità con maestria assoluta.


Gli arazzi hanno attraversato secoli e restauri successivi. Il più recente, e il più importante, è stato condotto in Belgio, presso il rinomato Atelier De Wit, ospitato nell’antico convento di Mechelen. Un lavoro durato due anni, di cui Malta, e il mondo intero, raccoglie oggi i frutti.

Foto di Martin Ullreich

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