Chi cammina per le strade di Malta non può non notarli: balconi chiusi in legno, dipinti di rosso, verde, giallo o azzurro, sospesi sulle facciate come piccole stanze segrete affacciate sulla strada. Sono i gallariji (singolare: gallarija), e da soli raccontano l’identità di Malta. Ma da dove vengono davvero? La risposta non è scontata: tre civiltà diverse ne rivendicano la paternità, e ancora oggi storici e architetti non riescono a mettersi d’accordo.

Le scuole di pensiero sulle gallariji
La prima ipotesi, forse la più affascinante, li fa risalire ai mashrabiya arabi: quelle griglie di legno intagliato che, nel mondo islamico, permettevano alle donne di osservare la strada senza essere viste. Malta fu sotto dominio arabo dall’870 al 1091, e l’eredità linguistica e culturale di quel periodo è profonda. Non a caso, alcuni gallariji più piccoli vengono ancora chiamati muxrabija, parola che tradisce l’origine. La seconda ipotesi guarda invece all’Italia meridionale e all’Oriente ottomano. In Sicilia, fino all’Ottocento, esistevano le gelosie, strutture in legno simili che proteggevano l’intimità domestica. Dati i continui scambi tra Malta e la Sicilia, è plausibile che lo stile sia arrivato per questa via, con qualche tocco ottomano lungo il cammino. La terza ipotesi, infine, attribuisce ai britannici la diffusione del modello. Dopo il 1800 gli inglesi portarono sull’isola le loro bow windows e le verande lignee delle colonie. Secondo questa lettura, il gallarija moderno sarebbe una sintesi tutta maltese di gusto mediterraneo e ingegneria britannica.
A complicare le cose c’è però una data chiave: il primo gallarija documentato è quello del Palazzo del Gran Maestro a Valletta, datato 1679. Ben prima dell’arrivo degli inglesi. Eppure proprio sotto il dominio britannico questi balconi conobbero un’esplosione: ne nacquero a migliaia, in ogni quartiere, fino a diventare il simbolo dell’isola. Le curiosità non finiscono qui. I colori non sono casuali: il verde era spesso legato alle famiglie cattoliche tradizionali, il rosso indicava un certo benessere economico, mentre il blu, oggi popolarissimo, divenne di moda solo nel Novecento. Molti gallariji nascondevano piccole botole nel pavimento per calare ceste e ricevere la spesa direttamente dai venditori ambulanti, senza scendere in strada. La parola stessa, “gallarija”, potrebbe derivare dallo spagnolo galería: segno che anche il dominio aragonese (1283–1530) ha lasciato la sua traccia.
Oggi questi balconi sono protetti da leggi specifiche di tutela: chi possiede un edificio storico a Valletta non può rimuoverli né cambiarne il colore senza autorizzazione. Eppure molti versano in pessimo stato, vittime dell’umidità e del salnitro che corrode il legno e divora la vernice. Forse la verità è che i gallariji non hanno una sola origine: sono il risultato di mille anni di passaggi, occupazioni e meticciati culturali. Ed è proprio questa la loro bellezza. Guardarli, oggi, significa leggere a occhio nudo la storia stratificata di Malta: un pezzo d’Africa, un pezzo d’Europa, un pezzo d’Oriente, tutti chiusi dentro una cornice di legno colorato che continua, a guardare il mare.





