Gozo, è un’isola dell’arcipelago maltese. Bastano venticinque minuti di traghetto da Ċirkewwa, eppure sembra di arrivare in un altro tempo. Più verde, più silenziosa, con meno semafori che chiese. Maggio è il mese perfetto per scoprirla. Il sole c’è ma non brucia, il mare ha già raggiunto i 19-20 gradi, abbastanza per il primo tuffo se non siete tipi freddolosi, e soprattutto non c’è ancora la folla di luglio. Le calette sono vuote, i ristoranti hanno il tavolo libero anche al venerdì sera, e i contadini sono in piena attività.
La prima tappa, per tradizione, è il mercato di Victoria, il capoluogo, i locali la chiamano Rabat. Si svolge ogni mattina sotto la Cittadella, la fortezza che domina l’isola. Qui si comprano i ġbejniet, i famosi formaggini di Gozo: piccoli dischi bianchi di latte di pecora o capra, grandi come l’interno di una mano. Una curiosità che sorprende sempre: in passato venivano cagliati con un fiore selvatico, il cardo, anziché con il caglio animale. Si trovano freschi, stagionati al sale o al pepe nero. Quelli più piccanti, dicono i gozitani, vanno mangiati seduti, perché “fanno chiudere gli occhi”.

Salendo verso nord si arriva alle saline di Marsalforn, una distesa di vasche scavate nella roccia lungo la costa. Sembrano un quadro astratto: rettangoli bianchi pieni di acqua di mare che il sole, lentamente, trasforma in sale. La famiglia che le lavora oggi è la stessa da oltre trecentocinquant’anni. Si chiamano Cini, e se passate al mattino li trovate ancora con la pala in mano, a raccogliere il sale come faceva il loro bisnonno.
Il pomeriggio è per il mare. Dimenticate la Azure Window, che è crollata nel 2017. Andate invece a Wied il-Għasri, una fessura strettissima tra due scogliere bianche: per arrivarci si scende una scaletta di pietra, e in fondo si apre un nastro di acqua turchese largo pochi metri. Sembra un fiordo in miniatura. Oppure a San Blas, una caletta di sabbia rossa raggiungibile solo a piedi, scendendo per una stradina ripida tra i fichi d’india. La fatica si paga al ritorno, ma vale ogni passo.
E al tramonto, un’ultima curiosità: secondo la leggenda, fu proprio in una grotta di Gozo che la ninfa Calipso tenne Ulisse prigioniero per sette anni, raccontata da Omero nell’Odissea. La grotta si affaccia sulla baia di Ramla, ed è chiusa al pubblico da tempo per motivi di sicurezza. Ma quando il sole scende sulla sabbia rossa di Ramla, in effetti, capisci come si possa restare lì sette anni. E pensare di non tornare più indietro.





