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I Luzzu di Malta: Occhi Antichi sul Mediterraneo

Passeggiando lungo le rive del porto di Marsaxlokk, o sostando sulle coste che punteggiano il litorale maltese, è impossibile non restare colpiti da una presenza vivace e silenziosa: le imbarcazioni da pesca in legno dai colori sgargianti che animano queste acque da generazioni. Sono i luzzu, e chi li vede per la prima volta difficilmente li dimentica. Ciò che colpisce immediatamente non sono solo i colori, il giallo acceso, il rosso, il verde intenso, il blu profondo,  ma quei due grandi occhi dipinti sulla prua, per lo più bianchi con una pupilla nera o blu appena percettibile al centro. Guardano il mare con un’espressione ferma e antica. E non a caso: portano con sé millenni di storia.


Il termine luzzu deriva probabilmente dal siciliano guzzu, a sua volta distorsione dialettale dell’italiano gozzo, imbarcazione da pesca tradizionale diffusa in Sicilia, un’ulteriore testimonianza del legame storico e culturale che unisce i due Paesi separati da appena novanta chilometri di mare.Il luzzu è un’imbarcazione robusta a fasciame liscio con scafo a doppia prua. La prua appuntita si protende verso l’alto in modo caratteristico, distinguendo questa barca da altre tipologie locali come la ferilla, pur condividendone alcune linee. Originariamente dotato di remi e vela, oggi è quasi universalmente motorizzato, ma la sua silhouette e la sua decorazione sono rimaste sorprendentemente fedeli alla tradizione. Le prime attestazioni certe del luzzu a Malta risalgono alla fine del XIX secolo, mentre il design che conosciamo oggi si sarebbe consolidato nei primi decenni del Novecento. Nel 2016, il Prof. Anthony Aquilina dell’Università di Malta ha documentato come la scelta dei colori non fosse affatto casuale, ma seguisse regole tradizionali precise e cariche di significato. La mustaċċ, la fascia a forma di baffi che corre sopra la linea di galleggiamento, era in particolare il principale codice visivo di riconoscimento: una mustaċċ rossa identificava una barca proveniente da St. Paul’s Bay; il giallo limone segnalava Msida o St. Julian’s; l’ocra era il colore di Marsaxlokk e Marsascala. Il nero, infine, era riservato al lutto per un decesso in famiglia. Marsaxlokk resta oggi la capitale ideale del luzzu: il suo porto brulica di queste imbarcazioni colorate, ed è difficile immaginare lo skyline del villaggio senza di esse. Il luzzu è a tutti gli effetti un simbolo di Malta.


La presenza degli occhi sulla prua apre una finestra straordinaria sulla storia culturale del Mediterraneo e oltre. A Malta questi occhi sono esplicitamente associati all’Occhio di Horus, l’antica divinità egizia assorbita nel pantheon fenicio intorno al primo millennio a.C. La tradizione popolare attribuisce a questo disegno la capacità di proteggere i pescatori in mare aperto, guidare l’imbarcazione e tenere lontani i pericoli nascosti. Ciò che è affascinante e che rende il luzzu molto più di una semplice barca da pesca, è scoprire che questa pratica non è affatto isolata. Percorrendo il Mediterraneo e poi oltre, ci si accorge che gli occhi apotropaici sulle imbarcazioni costituiscono un filo rosso che attraversa culture geograficamente lontane ma sorprendentemente vicine nel loro immaginario simbolico.


Sulle coste del Mediterraneo orientale, ad Alessandria d’Egitto, le imbarcazioni da pesca locali recano anch’esse occhi sulla prua, eredità diretta e ininterrotta dell’iconografia egizia. Ma il fenomeno non si ferma alle sponde del Mediterraneo. Sulle coste dell’Africa occidentale, e in particolare in Ghana, le grandi dugout canoe dei pescatori Fanti, comunità storicamente riconosciuta come tra i più abili pescatori dell’intera costa atlantica africana, presentano decorazioni straordinariamente simili. Colori vivaci rivestono il fasciame, e gli occhi dipinti sulla prua assolvono una funzione insieme spirituale e pratica. In questa tradizione, dipingere gli occhi equivale a “donare la vita” all’imbarcazione: è il momento rituale in cui la barca smette di essere legno e diventa un essere capace di vedere, di scegliere la rotta giusta, di evitare gli scogli e i pericoli nascosti sotto la superficie. L’Occhio di Horus è riconosciuto nelle tradizioni Akan, il gruppo etnico più numeroso del Ghana, come simbolo sacro e protettivo, associato al concetto di occhio onniveggente di Dio e presente da millenni nel contesto della medicina tradizionale e della spiritualità locale. La cerimonia con cui gli occhi vengono dipinti è parte di un rituale più ampio e solenne. Prima di essa, la barca è considerata “cieca” e non pronta per il mare. Solo dopo l’inaugurazione degli occhi potrà salpare.

Un rituale quasi identico esiste dall’altra parte del mondo, in Vietnam, dove la pratica di dipingere occhi sulla prua delle imbarcazioni da pesca è documentata da oltre duemila anni. Le prove archeologiche della cultura Dong Son, fiorita lungo il delta del Fiume Rosso, mostrano imbarcazioni con occhi dipinti su manufatti risalenti almeno al I secolo a.C. Anche in questo caso la cerimonia ha un nome preciso, Khai Nhãn, letteralmente “apertura degli occhi”, e prima di essa la barca viene coperta con un panno rosso, restando simbolicamente “cieca” e indegna di navigare. La tradizione si radica in una visione animista del mondo, secondo cui ogni cosa possiede un’anima: dipingere gli occhi significa permettere alla barca di vedere nel buio, allontanare i mostri marini e spaventare gli spiriti maligni.

Cosa ci dice tutto questo? Che quei due occhi dipinti sulla prua di un luzzu ormeggiato a Marsaxlokk non sono semplicemente una decorazione pittorica, né un souvenir per i turisti. Sono la traccia visibile di un sistema di credenze antichissimo, che ha viaggiato lungo le rotte commerciali e culturali del Mediterraneo, dell’Atlantico e dell’Indo-Pacifico, adattandosi a ogni contesto senza mai perdere il suo nucleo essenziale: l’idea che un’imbarcazione possa vedere, e che quella capacità di vedere la salvi dal naufragio.  Un elemento decorativo particolare indubbiamente che lascia intuire quanto sia profonda la rete di scambi e influenze che ha tessuto, nel corso dei millenni, una cultura marittima condivisa tra popoli che oggi ci sembrano lontanissimi.

Malta, come spesso accade, si rivela un osservatorio privilegiato su tutto questo. Quest’isola al centro del Mediterraneo è da sempre un luogo di incontro e di sintesi tra mondi diversi. I suoi luzzu colorati, con quei grandi occhi che scrutano il mare, ne sono forse il simbolo più immediato e più antico. La prossima volta che vi troverete a Marsaxlokk, fermatevi un momento sul molo e guardate quegli occhi. Stanno guardando anche loro e hanno molto da raccontare.

foto Martin Ullreich

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