Al di là delle criticità e degli aspetti drammatici, la pandemia da Covid-19 ha anche portato significativi cambiamenti nell’aspetto e nella vita dei nostri centri abitati e, anche e soprattutto, nelle nostre abitudini. I centri storici, privati del turismo, riscoperti dai cittadini autoctoni, abituati a dare per scontate le bellezze situate in prossimità delle loro abitazioni. È cambiata anche la vita dei lavoratori, soprattutto quelli fuorisede. Molti, infatti, sono tornati nel loro Paese di origine grazie alla possibilità di lavorare in smart working.

La dura vita del fuorisede

Ed è proprio questo il fenomeno più rivoluzionario di tutti: la tendenza delle aziende all’utilizzo del lavoro da casa. Questa rivoluzione, comunemente chiamata, South Working, infatti, sta riportando centinaia di lavoratori che negli anni hanno affollato le grandi metropoli, di nuovo nelle loro città d’origine. E c’è da dire che questo esperimento sta funzionando davvero bene. Tanto da spingere molte aziende a voler proseguire con questa modalità operativa anche quando questa situazione (speriamo presto) sarà solo un brutto ricordo.

Lavoratori fuorisede
Lo smart working ha cambiato la prospettiva del lavoro per molte aziende. Foto di aleksandarlittlewolf su Freepik

Tutto ciò sta accadendo anche perché, secondo le stime, le grandi città non sono proprio un paradiso per gli expat. Con questo termine vengono definite tutte le persone che per studio e per lavoro vi si trasferiscono. Prendiamo il caso dell’Italia, ad esempio. Su 66 città dell’ Expat City Ranking 2020 (l’ indice sulla qualità della vita mescolando fattori come aree verdi, mobilità sostenibile, funzionamento strutture, presenza di aggregatori sociali e tanto altro) le metropoli dello stivale ne escono a pezzi. Milano e Roma, infatti, occupano rispettivamente il quartultimo e il penultimo posto

Restare o tornare: le possibilità dello smart working

Al di là di questi dati meramente numerici e scientifici, però, c’è tutto un aspetto emozionale della questione. Prendiamo il caso specifico di Malta e del suo rapporto con i nostri concittadini fuorisede in questo posto meraviglioso. Da parecchi mesi, ormai, l’isola è in difficoltà nella lotta al virus. Tutto ciò ha portato le persone a riflettere sulle priorità della propria vita. Quando si è fuori dal proprio contesto originario, infatti, ci si pone davanti ad un interrogativo. Una situazione di difficoltà è meglio viverla e combatterla nei nuovi o nei vecchi confini? Forte è, infatti, il dualismo tra la voglia di integrarsi sempre più nella nuova città e il legame che si ha con quella che ci ha dato i natali.

Fuorisede
Restare o tornare a casa? Il dubbio del fuorisede. https://it.freepik.com/foto-gratuito/libero-professionista-felice-con-tablet-e-computer-portatile-nella-caffetteria_11138105.htm#page=1&position=14#&position=14

E lo smart working, fondamentalmente, ha messo tanti expat di fronte a questa scelta durissima praticamente da un giorno all’altro. Meglio continuare a lavorare su un freddo tavolo di una casa in affitto con la prospettiva di costruire, però, un futuro in un contesto economicamente più ricco o, invece, farlo tra il calore della famiglia e dei vecchi amici, restando, però, sempre ancorati allo stesso ambiente? È chiaro che per i precari o per i lavoratori (o studenti) meno integrati la scelta è stata facile e logica. Ma questa considerazione non vuole e non deve essere un giudizio. Può essere, invece, un interessante spunto di riflessione su questa categoria di persone che, per volontà o esigenza, lascia amici e familiari per trovare la sua strada con tante paure ma anche tante speranze.

Fuorisede, come cambia la vita con lo smart working ultima modifica: 2020-12-22T09:00:00+01:00 da Luigi Bove

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