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Il Sabir: la lingua franca nata tra Malta e i porti italiani

Prima che esistessero i traduttori, prima che il francese diventasse la lingua della diplomazia, prima che i confini nazionali decidessero chi poteva capire chi, c’era il Sabir. Una lingua che non aveva madrepatria, non aveva accademie, non aveva grammatiche ufficiali. Eppure per quasi otto secoli tenne insieme un intero mare.

Il Sabir, chiamato anche Lingua Franca, fu il pidgin del Mediterraneo medievale e moderno. Nacque intorno all’XI secolo, probabilmente nei porti levantini durante le Crociate, quando guerrieri, mercanti e popoli di lingue incompatibili avevano bisogno disperato di comunicare. Si sviluppò nei secoli successivi lungo tutte le rotte commerciali del mare interno: da Marsiglia ad Alessandria, da Genova a Costantinopoli, da Venezia ad Algeri. E Malta, per la sua posizione geografica al centro esatto del Mediterraneo, ne fu uno dei nodi più vivi.

Il cuore linguistico del Sabir era italiano, o meglio: un misto di veneziano antico, genovese e toscano, le tre grandi lingue del commercio medievale. Attorno a questo nucleo si addensavano parole spagnole, portoghesi, occitane, arabe, turche e greche, mescolate senza cerimonie secondo il bisogno del momento. I verbi erano quasi sempre all’infinito, la grammatica ridotta all’essenziale: mi star (io sono), ti parlar (tu parli), andar (andare). Una lingua povera di forma, ricchissima di funzione.

A Malta il Sabir era la voce quotidiana dei banchini del porto, delle taverne del Mandragio, dei mercati dove si vendeva di tutto — spezie, schiavi, informazioni. I Cavalieri di San Giovanni, che nell’isola avevano il loro quartier generale, lo usavano per coordinare flotte composte da italiani, francesi, spagnoli e portoghesi. I corsari cristiani e musulmani lo parlavano quando trattavano riscatti e scambi di prigionieri. Perfino negli uffici dell’Inquisizione maltese — dove comparivano testimoni di ogni provenienza — alcune deposizioni contengono tracce inequivocabili di questa lingua bastarda e universale.

La sua presenza arriva fino alla letteratura colta. Nel 1670, Molière inserì parole di Sabir nella cerimonia turca del Bourgeois Gentilhomme: un segno che la lingua era abbastanza diffusa da essere riconoscibile anche dal pubblico parigino dei teatri. Il linguista Hugo Schuchardt, alla fine dell’Ottocento, la studiò come uno dei pidgin più antichi documentati della storia occidentale.

Il Sabir cominciò a morire con l’età moderna. Il declino delle repubbliche marinare italiane, la nascita degli stati nazionali, l’ascesa del francese come lingua diplomatica, e poi l’apertura del Canale di Suez nel 1869 — che spostò le grandi rotte commerciali fuori dal Mediterraneo — lo spensero lentamente, senza che nessuno quasi se ne accorgesse.

Non esistono cimiteri per le lingue. Ma se ci fossero, il Sabir meriterebbe una lapide sul lungomare di La Valletta — nel posto dove mercanti veneziani, corsari tunisini, cavalieri spagnoli e schiavi berberi si capivano, litigavano, trattavano e a volte ridevano insieme, in una lingua che non era di nessuno e quindi era di tutti.

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