C’è un suono che attraversa Malta da sei secoli. Non lo trovi nei concerti di gala né nelle radio. Lo senti in un cortile di Birgu, in un bar di Żebbuġ, alla festa patronale di un paese del sud. Una chitarra che gratta, un uomo anziano che chiude gli occhi e attacca versi che sta inventando nello stesso istante in cui li pronuncia. Quello è l-għana, l’anima sonora dell’isola.
Le sue radici affondano nel Quattrocento. Lo storico Godfrey Wettinger ne trovò tracce documentarie già nel XV secolo, ma è probabilmente più antico. Un’eredità mescolata di canto arabo, siciliano e spagnolo, modellata dalle voci di contadini, pescatori e lavandaie. Era la musica di chi non aveva mezzi. Si cantava sui tetti, nei lavatoi comunali, nei campi durante la mietitura. Mentre nei salotti aristocratici di Valletta trionfava l’opera italiana, nelle case popolari si componeva un’altra forma d’arte. In maltese stretto, con immagini ruvide come la pietra di Gozo, accompagnate dalla kitarra spanjola, la chitarra spagnola arrivata sull’isola intorno al Seicento.
L’għana ha tre volti. Il più amato è lo spirtu pront, “lo spirito pronto”: due cantori si sfidano a colpi di rime improvvisate, botta u risposta, davanti a un pubblico che ride, applaude, fischia. È un duello verbale dove vincono l’intelligenza, la metrica e la cattiveria affettuosa. Poi c’è l’għana tal-fatt, la “ballata del fatto”: un solista racconta in versi una storia vera — un delitto, un naufragio, un amore di paese — affidando alla memoria collettiva ciò che i giornali non scrivono. Infine il fil-għoli, conosciuto anche come bormliża dal nome della città di Bormla, dove fioriva: un canto altissimo, quasi un lamento modulato, in cui gli uomini si arrampicano in registri da soprano senza mai cedere al falsetto. Era originariamente uno stile femminile, cantato dalle donne sui tetti. Oggi è il più fragile, pochissimi sanno ancora reggerlo.

Il problema è che gli għannejja attivi si contano nell’ordine delle poche centinaia secondo le stime informali. Inoltre, quelli capaci di sostenere uno spirtu pront completo o una bormliża pulita sono molti meno, e quasi tutti hanno passato i settant’anni. I locali dove si cantava chiudono. Le chitarre artigianali, modellate sulla spagnola, con frets di metallo e decorazioni intagliate sulla cassa, passano di mano sempre più raramente. Eppure qualcosa si muove. Nel dicembre 2021 l’UNESCO ha iscritto l-Għana nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, riconoscendolo “vitale per la trasmissione e lo sviluppo del maltese”, l’unica lingua semitica scritta in caratteri latini. L’Għanafest torna ogni estate a Floriana. Giovani musicisti riprendono in mano la chitarra del nonno e provano a cantare il proprio quartiere come si faceva nei lavatoi di un secolo fa.
Forse l’għana non morirà. Forse cambierà. Ma quando un anziano għannej attacca quel primo verso a occhi chiusi, davanti a una birra, sta succedendo qualcosa di prezioso, una lingua e un popolo si stanno cantando per non dimenticarsi.





